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Avanzi e scarti dal cortile
Non assegnata
6 settembre 2004

La responsabilità dei potenti

di Adriano Sofri

 

Vladimir Putin non ha offerto agli assassini le sue dimissioni, né s’è offerto agli assassini come ostaggio. Si può pensare ai potenti e ai prepotenti della terra come se fossero nostri simili, se avessero i pensieri, e i sentimenti che abbiamo noi? Si può pensare così a Putin? Vorrei farlo, ma c’è una premessa inevitabile. Nella gara mondiale alla ferocia e alla disperazione, i terroristi ceceni e ingusci di Beslan si sono macchiati dell’azione fra tutte più malvagia e ributtante.

Con gli uomini e con le donne votate — da sé o dai loro maschi — alla vendetta attraverso la strage d'ostaggi bambini, s'è dato un altro giro alla corda che strangola l'umanità.

Chi abbia scelto il giorno di festa dei bambini stranieri per il suo ricatto esaltato portava fin dall'inizio intera la colpa dell'esito, qualunque fosse stato. Anche dell'esito che ne è venuto si sarebbero forse compiaciuti. Bisognava che il numero di ammazzati e feriti fosse munifico: lo è stato. Che la ferocia messa in scena fosse strenua: lo è stata. Tutte quelle bambine e bambini che correvano con gli occhi impazziti, in canottiera e mutandine, come la bambina in mutandine e canottiera che correva bruciata dal napalm nella vecchia fotografia vietnamita, non si cancelleranno più dall'album dei record. Li hanno visti i bambini di tutto il mondo. Fra un po' di anni, il mondo sarà popolato da donne e uomini che avranno questo ricordo d'infanzia. Questi grossisti della strage di innocenti sono nemici giurati dell'umanità, nemici dei russi e dei cristiani, e nemici della loro gente: nemici e traditori della gente cecena. Il genocidio fisico e spirituale che viene compiuto da dieci anni contro lagente cecena, lungi dall'offrire un alibi e nemmeno un'attenuante alla loro abiezione, trova in loro dei complici ripugnanti.

Dunque, la banda dei sequestratori porta intera la colpa dell'orrore. Però non la esaurisce. Nessuno può guardare senza rispetto e soggezione a chi, come Putin, si sia trovato di nuovo, come già al teatro "Na Dubrovka", e adesso ben più tremendamente, a decidere di un simile ricatto. Ci scampi il cielo da una simile prova. Tuttavia i potenti e i prepotenti della terra, specialmente quando hanno fatto fortuna sui proclami e le imprese di guerra, specialmente quando si mettono alla testa di una guerra contro il terrore, prendono su sé una responsabilità che può trascinarli fino al portone della scuola di Beslan.

C’è tutta una antica e magnifica retorica del re e della sua tragica solitudine e del suo funereo palazzo, e Putin è un monarca, e due imperi gli hanno lasciato in eredità il più sontuoso e lugubre dei palazzi. Ma l'angoscia del sovrano solo con la propria coscienza è una stucchevole canzonetta nel mondo vero e atroce. Responsabilità non vuol dire solo il tremendo compito di decidere delle vite altrui. Deve — dovrebbe — significare qualcosa anche per la vita propria. Li vediamo, i potenti e i prepotenti della terra, correre in tenuta da aviere a dichiarare guerre e paci. L'abbiamo visto, Putin, il funzionario dei servizi, il praticante d’ arte marziale, il pilota di guerra che atterra col suo caccia sulla pista della Grozny sbriciolata. Ha pensato, quel tipo di monarca d’azione, a offrire agli assassini le proprie dimissioni? Ha provato l'impulso di volare aVIadikavkaz e correre a Beslan e andare a braccia alzate a offrirsi agli assassini in cambio dei bambini? Pensieri pazzi, direte, e perfino oltraggiosi. Direte che le democrazie, e anche le loro mezze porzioni, come la Russia, non possono cedere al ricatto del terrore. È vero non devono farlo, le democrazie e neanche le autocrazie in bilico. Ma alla loro testa ci sono uomini, eletti e sostituibili. Un presidente — è così che si chiama Putin — che si è proclamato per sfida il nemico più risoluto e implacabile del terrore, dovrà pur pesare dentro di sé la propria carica e la propria stessa vita contro la vita sequestrata e minacciata di centinaia di bambini. L'ho detto: era un incubo, e non si può chiedere a cuor leggero a nessuno di sentire la propria responsabilità, al di là del dilemma di un ordine impartito alle truppe — negoziare, attaccare, non fare ne 1’una cosa ne l'altra e andare e mandare allo sbaraglio — fino alla messa in gioco di se stesso, della propria carriera o della propria intera persona. Non lo si può chiedere a cuor leggero, ma a cuore pesante fino allo schianto si. Se lo faccio, è perché immagino, coi polsi che tremano, che voi e io avremmo avuto quei pensieri. Forse è per questo che abbiamo preso altre strade, che non siamo diventati presidenti di imperi, in divisa mimetica e in gran forma fisica.




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Non assegnata
6 settembre 2004

Boia chi non molla.




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